EDITORIALE
Vi basta prendere l’autobus numero 4 o numero 5 da Piazza Scandaliato nel centro di Sciacca, piccolo paesino di mare tra i Templi di Agrigento e quelli di Selinunte, per raggiungere in meno di dieci minuti un luogo che, con la sua dose di surreale incanto, aggiunge stupore a una terra che, di suo, ne conterrebbe già abbastanza. Vi troverete infatti all’ingresso di un giardino, dal quale vi osservano più di 3.000 volti scolpiti nelle pietre che costeggiano i viali, sulle pareti rocciose e nelle grotte, su tronchi di ulivi secolari e tra le radici degli alberi di carrubo: di chi siano i ritratti non si capisce bene, ma si vede quando sono allegri, tristi, corrucciati, assorti. Chi le ha scolpite non era un artista nel senso classico del termine, era Filippo Bentivegna (Sciacca, 1888-1967), o meglio Sua Eccellenza Filippu de li Testi [delle teste] o – come amava definirsi – il Signore delle Caverne, un figlio di contadini, partito nel 1913 a quindici anni, insieme ai fratelli, per uno sfortunato viaggio negli Stati Uniti, e tornato nel 1919, pazzo a causa di una commozione cerebrale, ma ricco, se non di dollari, di una nuova inarginabile passione creativa. Il Castello Incantato di Sciacca – così si chiama questo posto – lo ha visto scavare per cinquant’anni, lo ha visto girare con un piccolo scettro, impugnando il quale declamava discorsi in un incomprensibile dialetto siculo-americano, lo ha visto amare quei volti, frutti di roccia, che per lui erano persone. A un anno dalla sua morte, uno dei collaboratori dell’artista Jean Dubuffet, teorico dell’Art Brut, visita il Castello e, intuendo il valore artistico della ricerca di Bentivegna, chiede alla famiglia due teste da portare in dono all’artista francese, che oggi, insieme al resto della sua collezione, sono esposte alla Collection de L’Art Brut di Losanna (Svizzera). Chissà se si sentono sole.
In questa duecentodiciottesima edizione di TELESCOPE, la nostra newsletter settimanale dedicata alle istituzioni e ai progetti culturali di cui siamo portavoce, tra i RACCONTI trovate un contributo della giornalista culturale Micol De Pas sulla mostra del pittore filippino Jigger Cruz alla galleria Primo Marella di Milano; un testo della professoressa e storica dell’arte Lucia Simionato dedicato al progetto di valorizzazione culturale del patrimonio storico e artistico di Piazza dei Cavalieri a Pisa, nato dalla collaborazione tra Scuola Normale Superiore e Fondazione Pisa; e il testo di Lorenzo Giusti, Direttore della GAMeC di Bergamo, tratto dal magazine dedicato al progetto culturale Pensare come una montagna. Tra i VIDEO proponiamo un'intervista al fotografo Domingo Milella, tra i protagonisti della mostra Nuove Avventure Sotterranee, prodotta da Ghella negli spazi del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo a Roma, e un'intervista a Monica Poggi, curatrice della mostra Margaret Bourke-White. L’opera 1930 – 1960, in corso da CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia di Torino. Gli EXTRA comprendono la mostra in apertura TESSERE È UMANO. Isabella Ducrot… e le collezioni tessili del Museo delle Civiltà; il concerto all’alba parte del public program del progetto Orizzonte Terzo Paradiso; e Material Self, mostra collettiva e programma performativo in corso a Centrale Fies (Dro, Trento). In questo numero anche un BONUS TRACK con la puntata del podcast Labirinto 900, del Museo Novecento di Firenze, dedicata all’arte di Louise Bourgeois.
Questo è l’ultimo numero di TELESCOPE prima della pausa estiva agostana! Ringraziamo le nostre lettrici e i nostri lettori per la preziosa attenzione! Ci ritroveremo domenica 1 settembre!
Buona estate e buona lettura! Lo staff di Lara Facco P&C #TeamLara
Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com
TELESCOPE. Racconti da lontano Ideato e diretto da Lara Facco Editoriale e testi a cura di Annalisa Inzana Ricerca ed editing Stefania Arcari, Camilla Capponi, Alberto Fabbiano, Andrea Gardenghi, Marianita Santarossa, Claudia Santrolli, Denise Solenghi, Alessandro Ulleri, Margherita Villani, Marta Zanichelli, con la collaborazione di Margherita Animelli, Rachele Borsotti, Rossella De Toma, Nicolò Fiammetti, Clara Fornaciari, Sofia Gemelli, Anna Santoro.
domenica 28 luglio 2024 RACCONTI
To The Walls from the Wound of Oddities. La pittura a olio di Jigger Cruz, di Micol De Pas
Una mostra alla galleria milanese di Primo Marella porta in scena gli ultimi lavori del pittore di Manila, avanguardia dell’arte contemporanea nelle Filippine (e nel Sud Est Asiatico).
Le stranezze di Jigger Cruz cominciano quando prepara il colore. Solo olio, lavorato a lungo e arricchito di pigmento per renderlo più denso e malleabile, ancora più materico di come si presenta abitualmente. Soprattutto, adatto all’uso che ne farà poco dopo, quando verrà il momento di stenderlo sulla tela. Lo farà usando una sac à poche, quelle da pasticceria, spremendo il colore sulla tela per poi lavorarlo con le mani, con la spatola oppure spremendolo direttamente dal tubetto per creare forme determinate, finite, che vanno a comporre un racconto materico. Sono quadri quelli di Jigger Cruz, ma hanno la tridimensionalità di un bassorilievo, questa volta composto per strati di pennellate dense, dallo spessore inedito fino a sporgere dalla tela. Ricorda quasi il collage la sua tecnica, invece è una pittura esclusivamente a olio e realizzata direttamente su tela, con tempi lunghissimi di asciugatura e realizzazione. Un andare lento, un andare contro tempo e forse anche contro il tempo. Cruz comincia la sua ricerca linguistica nel tentativo di superare le istanze di un’arte spagnola e barocca che ha in intriso di sé la cultura nelle Filippine, la sua terra, come a segnare l’impossibilità di un’espressione autonoma. Così primi lavori di Cruz erano un deturpare cornici barocche e opere figurative di stampo polacco e tedesco fino a ricoprirle di colate di colori densi e sempre più materici. Poi il salto verso un’espressione unica, peculiare a base di una tecnica altrettanto unica e peculiare. Fino a comporre una narrazione contemporanea che fa di Manila un centro nevralgico della produzione artistica delle Filippine e nel suo lavoro un baluardo dell’arte del Sud Est asiatico. Il suo astrattismo si abbevera di tante cose, prendendosi la libertà di trasformare la storia dell’arte e di trattarla in composizioni armoniose, quanto personali. C’è tutto nei suoi quadri, ma anche niente: lo stile di Cruz è lo stile di Cruz. E se la semplicità è possibile solo dopo anni di travagliata ricerca, i suoi lavori ne sono la prova visiva. A dispetto degli esordi tormentati in cui si avverte una dolorosa ricerca, questi lavori sono invece pacificati, giocosi anche, proponendo un’idea di opera totale. Il titolo, infatti, spesso è fatto di parole che, secondo l’artista, ben si addicono alla composizione astratta, a volte anche solo dal punto di vista sonoro, come se l’effetto onomatopeico dei suoni potesse completare quello visivo delle pennellate. Il risultato è qualcosa da cui è difficile staccare lo sguardo perché in quegli strati di pittura gocciolante olio a macchiare la tela, è racchiusa la storia dell’uomo di oggi.
*La mostra di Jigger Cruz To The Walls from the Wound of Oddities alla Galleria Primo Marella di Milano sarà aperta fino al 17 settembre 2024
Crediti: Jigger Cruz, To the walls from the Wound of Oddities. Installation view, Primo Marella Gallery, 2024. Photo credit: Greta Belintende. Courtesy: Primo MarellaGallery Jigger Cruz, Maybe Over The Mountains, 2024, Oil on canvas, 182.5 × 152 cm Jigger Cruz, Horizon and the Metaphysics of Presence, 2024, Oil on canvas, 152.5 × 244 cm
La valorizzazione culturale del patrimonio storico e artistico di Piazza dei Cavalieri, di Lucia Simonato
Avviato nel 2022, è stato di recente presentato al pubblico il Progetto di valorizzazione culturale del patrimonio storico e artistico di Piazza dei Cavalieri, promosso dalla Scuola Normale Superiore e dalla Fondazione Pisa, sotto la mia responsabilità scientifica. L’obiettivo dell’iniziativa è duplice: da una parte comprendere la complessità di Piazza dei Cavalieri avviando nuove ricerche e dando alle stampe pubblicazioni specialistiche; dall’altra comunicare la ricchezza di questo contesto urbano in maniera accessibile grazie a una divulgazione scientifica di alto livello. Per questo è stato creato un sito con immagini inedite e foto storiche, testi introduttivi e di approfondimento, presto disponibili anche in inglese. Il contesto è davvero suggestivo. Lo suggerisce la vicenda della medievale Torre della Fame; eternata nell’Inferno di Dante come luogo di prigionia e morte di Ugolino della Gherardesca; inglobata in un palazzo di primo Seicento per volontà di Ferdinando I (il Palazzo dell’Orologio), e portata alla luce da un intervento di restauro novecentesco. Per quanto straordinario, non è però un caso eccezionale in Piazza dei Cavalieri, dove molte altre strutture d’età moderna tradiscono tracce medievali. Già luogo storico del potere civico pisano, quest’area urbana venne trasformata repentinamente dai Medici per motivazioni politiche nella moderna sede dei Cavalieri di Santo Stefano: appena una quarantina di anni (1562-1608). Non priva di valenze simboliche, l’operazione fu condotta ‘sostituendo’ visivamente gli edifici medievali con quelli moderni e fu avviata dal celebre Giorgio Vasari, che offrì un modello agli interventi successivi. Con grande intelligenza architettonica, Vasari, quando poté, non distrusse le solide strutture preesistenti, ma le riutilizzò celandole dietro intonaci moderni e splendide facciate. La passione otto e novecentesca per il Medioevo pisano ha sollecitato la riscoperta di queste strutture e la loro valorizzazione a vista. È stata questa dinamica plurisecolare che permette ancora oggi di ammirare (ad esempio) dentro al Palazzo della Carovana, sede della Scuola Normale, frammenti di affreschi tre e quattrocenteschi e al suo esterno le bifore di un’antica casa-torre e un imponente arco ogivale. Ricca e complessa, Piazza dei Cavalieri non è solo un bellissimo palcoscenico manierista da osservare dall’esterno, ma è anche un tessuto vibrante di storia che deve essere indagato dall’interno, di palazzo in palazzo, per comprendere il suo passato stratificato e inatteso. Per farlo, il Progetto ha letteralmente ‘aperto’ alcuni degli edifici (non musealizzati) della piazza, permettendo a chiunque di entrarvi gratuitamente, in piccoli gruppi accompagnati dagli allievi della Normale, prenotandosi sul sito. Un’offerta che si sta arricchendo di mese in mese con accessi serali e sempre nuove proposte. Nel Progetto abbiamo cercato di raccontare, con diversi approcci, una piazza: un’operazione non facile, perché si tratta di un organismo vivente, che continua a mutare. Per questo non ci siamo limitati a indagare il contesto di Piazza dei Cavalieri solo da un punto di vista storico-artistico, ma abbiamo anche cercato di valorizzare l’aspetto esperienziale, studiando come si è svolta la vita al suo interno nell’arco dei secoli e chi sono stati i protagonisti che l’hanno animata. Si tratta di un approccio che ha certamente arricchito la nostra ricerca di inediti quesiti, ma ha anche permesso di creare nel sito e nelle spiegazioni offerte durante i percorsi un ponte tra la percezione odierna (da parte della comunità cittadina e dei turisti) e quella storica della piazza, rendendo la sua conoscenza più affascinante e immersiva.
Crediti: Piazza dei Cavalieri, Pisa © Scuola Normale Superiore
Il Punto. Togetherness, di Lorenzo Giusti*
Qualche tempo fa mi sono trovato a raccontare l’idea di Pensare come una montagna a dei vecchi amici. Man mano che parlavo mi rendevo conto di quanto fosse complicato spiegare loro il senso di questo “programma diffuso”, che non è una mostra, non è una biennale, non è un festival, non è un convegno. Avevo bisogno di una parola, che non riuscivo a trovare, che potesse raccogliere e sostituire le troppe espressioni che stavo utilizzando per descriverlo: partecipazione, sostenibilità, radicamento, processo, ciclicità, creatività, evoluzione, natura, avventura, temporalità, territorio, comunità… montagna. Salutai il gruppo con un profondo senso di frustrazione. Ciò che non si può comunicare facilmente non può avere successo, mi ripetevo. Da allora, con tutte le persone che portano avanti il programma, abbiamo continuato a coltivare la nostra idea, mettendo meglio a fuoco la nostra visione e affinando il nostro lessico. Abbiamo letto libri, scritto presentazioni e raccontato Pensare come una montagna a centinaia di persone. Quella parola che quel giorno mi sarebbe servita, tuttavia, non l’abbiamo ancora trovata. Qualche settimana fa ho ripensato a un termine inglese utilizzato dalla storica dell’arte Chus Martinez per descrivere la performance Deserters, dell’artista Chiara Bersani: “uno dei lavori più forti che io abbia mai visto sulla vulnerabilità e sull’importanza di creare spazi di togetherness”, ha scritto in un post. Chi conosce il lavoro di Chiara Bersani può ben capire il senso di quella parola. Togetherness è un sostantivo non direttamente traducibile in italiano. Letteralmente significa insieme, ma non nel senso del nostro sostantivo – che in inglese sarebbe set, whole – bensì in quello del nostro avverbio. In quanto sostantivo, togetherness è un termine che “sostanzia” la dimensione dell’“essere insieme”, senza renderla necessariamente una cosa sola, un unico “insieme”. Che togetherness sia la parola che stavamo cercando non posso dire di esserne certo. Anche perché Pensare come una montagna è un progetto collettivo e, come tale, si porta dietro le riflessioni e le sensibilità di molti e molte. Si tratta tuttavia di un termine sicuramente migliore di altri per esprimere le intenzioni alla base del programma. Nella visione di Aldo Leopold, a cui ci siamo affidati, Pensare come una montagna significa assumere una prospettiva “d’insieme” sul mondo e sulla natura, con la sua misteriosa varietà e le sue profonde interconnessioni. Soltanto la montagna, scrive Leopold, “ha vissuto abbastanza da poter ascoltare – imparziale – l’ululato di un lupo”. Soltanto la montagna, in altre parole – con la sua altezza, la sua estensione, la sua età – può aiutarci a cogliere il senso ultimo del nostro vivere insieme, offrendoci la possibilità di percorrere nuovi sentieri, di seguire nuove traiettorie interspecie, di partire per nuove avventure “più che umane” – come direbbe l’antropologa Anna Tsing – e ritrovare noi stessi. Buon viaggio!
*Testo introduttivo del magazine online dedicato a Pensare come una montagna il programma culturale diffuso promosso da GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo che nel biennio 2024-2025 coinvolgerà, con agli spazi museali, il territorio della Provincia, creando un percorso di condivisione di esperienze artistiche sui temi della sostenibilità e collettività.
Crediti immagine: Sonia Boyce. Benevolence, 2024. Veduta dell'installazione - GAMeC / Palazzo della Ragione, Bergamo, 2024. Foto: Lorenzo Palmieri. CourtesyGAMeC -Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo © Sonia Boyce by SIAE 2024 Mercedes Azpilicueta. Que este mundo permanezca. Performance, 2024. Foto Paolo Biava. ourtesy GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo Chiara Gambirasio. V’arco, 2024. Ferro, smalto, pigmenti metallici. Foto: Nicola Gnesi. Courtesy GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo Lin May Saeed. Vedute dell'installazione - GAMeC, Bergamo, 2024. Ph. Antonio Maniscalco. Courtesy GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo Studio Ossidiana. Massi Erratici, 2024. Veduta dell’installazione - GAMeC, Bergamo, 2024. CourtesyGAMeC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Ph. Riccardo De Vecchi VIDEO
Sapore di impossibile
"Gli sciamani non possono passare sotto le montagne, è vietato, e invece Ghella lo fa tutti i giorni", dice il fotografo Domingo Milella in questa intervista dedicata alla mostra Nuove Avventure Sotterranee, a cura di Alessandro Dandini de Sylva in corso fino al 25 settembre allo Spazio Extra del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Milella insieme a Stefano Graziani, Rachele Maistrello, Luca Nostri e Giulia Parlato sono stati invitati da Ghella – tra le più antiche aziende italiane specializzate in scavi sotterranei – a documentare e interpretare liberamente la nascita di grandi opere infrastrutturali in Italia, Canada, Argentina, Australia e Nuova Zelanda. In mostraoltre centocinquanta immagini tra quelle degli artisti che hanno osservato e interpretato le infrastrutture, lasciando una "distanza poetica" tra i cantieri e la loro rappresentazione, e quelle provenienti dagli archivi di Ghella, che documentano infrastrutture realizzate tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Duemila. Un progetto che, come dice Milella, ben restituisce quell'atmosfera magica densa di rumori e pulviscolo che richiama a un mondo antico, ancestrale, apparentemente impossibile.
Crediti immagine: Domingo Milella, Bari-Napoli High Speed, 2022 Courtesy Ghella Maggie l'indistruttibile
In questa breve intervista Monica Poggi, curatrice della mostra Margaret Bourke-White. L'opera 1930 – 1960 in corso da CAMERA – Centro Italiano per la fotografia di Torino fino al 6 ottobre 2024, racconta brevemente il carattere di questa fotografa tra le indiscusse protagoniste del Novecento. Una donna dalla grande personalità il cui stile fotografico racconta bene la capacità di rendere "universale" ogni personaggio ritratto, parte di un racconto, di una storia più grandi. Indomabile, tenace, coraggiosa, una delle più grandi autrici della fotografia mondiale, con il suo carattere emancipato incarnava perfettamente gli ideali della rivista LIFE per cui lavora sin dal primo numero di cui realizza la copertina.
Crediti immagine: Installation views, Margaret Bourke-White. L'opera 1930-1960, CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia, Ph. Andrea Guermani EXTRA
Un millenario strumento di espressione
Dal 1° agosto 2024 al 16 febbraio 2025 il Museo delle Civiltà di Roma presenta TESSERE È UMANO. Isabella Ducrot... e le collezioni tessili del Museo delle Civiltà, una mostra che racconta i linguaggi e le culture della tessitura, mettendo in scena un dialogo senza precedenti fra una selezione di manufatti tessili dalle collezioni del museo e le opere dell'artista Isabella Ducrot (Napoli, 1931), invitata dal Museo a esplorare il suo patrimonio di abiti, accessori, stoffe cerimoniali o di uso quotidiano. Lo sguardo di Ducrot è stato un'occasione per il museo di farsi osservare dall'esterno, scoprendo molti punti di connessione tra il suo patrimonio e la pratica di un'artista per cui il tessuto non è solo un materiale quotidiano ma un millenario strumento di espressione e comunicazione. La mostra è curata da Anna Mattirolo e Andrea Viliani con Vittoria Pavesi insieme ai curatori e le curatrici della collezione dell'istituzione Francesca Manuela Anzelmo, Paolo Boccuccia, Gaia Delpino, Maria Luisa Giorgi, Laura Giuliano, Vito Lattanzi, Gabriella Manna, Loretta Paderni e Massimiliano Alessandro Polichetti.
Crediti immagine: Isabella Ducrot, Ripetizione Blue, 2023. Foto Giorgio Benni Aspettando le mostre
Forte delle connessioni tra Arte povera e territorio ligure, il progetto interdisciplinare OTP – Orizzonte Terzo Paradiso, a cura di Ilaria Bernardi, ambisce a guardare e a traguardare i confini del movimento attraverso tre mostre – Alighiero Boetti: In situ, Arte povera: La storia 1967-1971 e Oltre l'Arte povera: Stefano Arienti, Marinella Senatore, Vedovamazzei – che inaugureranno tutte il prossimo 17 settembre 2024. Nell'attesa, il progetto è introdotto da un public program di 8 appuntamenti associati ad altrettante parole chiave implicite al movimento; da qui anche il secondo significato di OTP – One Time Password. Sabato 3 agosto 2024 alle ore 6.00 del mattino il Santuario di Nostra Signora di Reggio a Vernazza ospita un Concerto all'alba di Federica Inzoli (oboe), Alessio Pisani (fagotto) e Danilo Zauli (clarinetto) dedicato al tema del mare, con musica francese post-impressionista, tra gli altri, di Ibert, Tansmann, Milò, e un brano scritto dal compositore Carlo Galante. L'evento è legato alla parola spazio.
Material Self
Si intitola così la mostra collettiva e programma performativo a cura di Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con la curatela esecutiva Maria Chemello, che coinvolge negli spazi di Centrale Fies a Dro (TN) lavori di Caroline Achaintre, Chiara Bersani, Benni Bosetto, Rehema Chachage, Julien Creuzet, Sonia Kacem e Sandra Mujinga. Material Self è il secondo episodio di una serie di mostre collettive dedicate ai concetti formulati da Stacy Alaimo: dopo la prima incentrata sulla nozione di naked word (parola nuda), quest'anno vengono posti degli interrogativi sull'idea di material self (sé materiale) con cui la critica teorizza l'azione e il significato delle "forze materiali" e della loro relazione con i corpi umani. Tra le tante domande sollevate dal tema, la mostra si interroga su due punti: Cosa significa essere umani in questi tempi, con corpi che sono inestricabilmente interconnessi con il nostro mondo fisico? Come il corpo umano reagisce a forze materiali potenti e pervasive e registra i loro effetti sempre più dannosi? Avete tempo fino al 21 settembre per andare a scoprire le risposte degli artisti.
Crediti immagine: Centrale Fies, Material Self, 2024. Installation view Foto di Alessandro Sala Courtesy Centrale Fies BONUS TRACK
Labirinto 900 | Louise Bourgeois
Dopo sei puntate dedicate agli artisti e alle mostre della sua programmazione espositiva, il Museo Novecento di Firenze presenta una nuova puntata del podcast Labirinto 900, a cura della storica e cantautrice Letizia Fuochi, dedicata questa volta a Louise Bourgeois, protagonista fino al 20 ottobre di un progetto espositivo in due parti, composto da Do Not Abandon Me, a cura di Philip Larratt-Smith e Sergio Risaliti al Museo Novecento, e Cell XVIII (Portrait), a cura di Philip Larratt-Smith con Arabella Natalini e Stefania Rispoli al Museo degli Innocenti. Il Labirinto da cui prende titolo il podcast fa riferimento alla complessità del mondo, spesso inafferrabile con la sola ragione. Un contesto in cui ben si inserisce la puntata Louise Bourgeois – l'iperuranica evocazione dei ricordi, che ruota intorno al concetto di evocazione e alla figura del ragno protagonista di alcune delle opere più suggestive dell'artista franco americana.
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