EDITORIALE
"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva." Nel 1989 nel film L’Attimo Fuggente il personaggio del Professor John Keating, interpretato da Robin Williams, diceva questo ai suoi timidi studenti. Una riflessione che deve aver fatto anche il fotografo e narratore multimediale americano Johnny Miller che, dal 2016, con il progetto Unequal Scenes, mette sotto gli occhi di tutti, in modo diretto e inequivocabile, l’ingiustizia sociale contemporanea. Ha sorvolato a oggi 32 città in tutto il mondo, da Manila a Bogotà, da Detroit a Buenos Aires, fotografando dall’alto quartieri, parchi, aree industriali, slum, e rendendo evidente come le gravi diseguaglianze economiche siano in gran parte conseguenza di politiche adottate dall’uomo. Nelle sue fotografie aeree, baracche di lamiera a Cape Town sono separate da ville con piscina da muri di cemento e filo spinato, i grattacieli di Mumbai guardano dall’alto insediamenti di fortuna coperti da teli di plastica per difendersi dai monsoni, le macchine delle autostrade riversano fumi di scarico nei parchi giochi delle aree più disagiate di New York. La portata del problema, spesso mascherata da edifici e infrastrutture nella visione “da terra”, si rivela in tutta la sua vastità grazie all’utilizzo dei droni che, insieme ai social media, sono diventati per lui strumenti vantaggiosi (anche economicamente) per diffondere una maggiore consapevolezza. "È difficile – dice il fotografo – non guardare direttamente alle divisioni e non avere la consapevolezza inquietante che, anche noi che guardiamo queste scene, siamo complici." Mai fidarsi di un unico punto di vista.
In questa duecentoventunesima edizione di TELESCOPE, la nostra newsletter settimanale dedicata alle istituzioni e ai progetti culturali di cui siamo portavoce, tra i RACCONTI trovate un contributo della critica fotografica e giornalista Francesca Orsi dedicato ad ATLAS, 33° edizione del SI Fest – Festival di fotografia di Savignano sul Rubicone; il testo che la scrittrice Sabrina Efionayi ha dedicato alla 28° edizione appena conclusa di Festivaletteratura di Mantova; e un estratto dal testo critico della storica dell’arte Loredana Parmesani sulla mostra di Fausto Rossi, La conquista della tela, in corso alla galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura di Milano. Tra i VIDEO proponiamo un reel dedicato alla mostra Donna, Musa, Artista. Ritratti di Cesare Tallone tra Otto e Novecento appena inaugurata al Museo Villa Bassi di Abano Terme, e un teaser della rassegna Evolving Love dedicata alla scena performativa contemporanea, ultima tappa della programmazione estiva di Centrale Fies a Dro (TN). Gli EXTRA comprendono le mostre del progetto OTP Orizzonte Terzo Paradiso alle Cinque Terre in Liguria; la mostra Spellbound di Vladimir Kartashov negli spazi di Prometeo Gallery Ida Pisani a Milano; e L’estetica della deformazione. Protagonisti dell’espressionismo italiano, esposizione in corso alla Galleria d’Arte Moderna di Roma con opere provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone.
Buona lettura! Lo staff di Lara Facco P&C #TeamLara
Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com
TELESCOPE. Racconti da lontano Ideato e diretto da Lara Facco Editoriale e testi a cura di Annalisa Inzana Ricerca ed editing Stefania Arcari, Camilla Capponi, Alberto Fabbiano, Andrea Gardenghi, Marianita Santarossa, Claudia Santrolli, Denise Solenghi, Alessandro Ulleri, Margherita Villani, Marta Zanichelli, con la collaborazione di Margherita Animelli, Rachele Borsotti, Rossella De Toma, Nicolò Fiammetti, Giulia Maggi, Francesca Ogliari, Anna Santoro.
Domenica 15 settembre 2024 RACCONTI
ATLANTE UMANO, di Francesca Orsi
Il titolo della 33a edizione del SI FEST, Festival di fotografia che si svolge a Savignano sul Rubicone dal 13 al 29 settembre, con la direzione artistica del fotografo Alex Majoli, è ATLAS. Un omaggio a un’opera monumentale sul concetto di memoria delle immagini, quella redatta dallo storico dell’arte e critico tedesco Aby Warburg (Amburgo, 1866-1929) tra il 1928 e il 1929, Bilderatlas Mnemosyne, consistente in un montaggio di riproduzioni fotografiche di opere d’arte realizzate a partire dai libri che componevano la sua biblioteca ad Amburgo, giustapposte e fissate in maniera provvisoria su pannelli rivestiti da teli neri. In mostra, infatti, anche dodici tavole dell’opera di Warburg. Con questo suo progetto lo studioso tedesco intendeva illustrare il pensiero occidentale per immagini, ponendo in dialogo tra loro apparati iconografici differenti per epoca e stile e la cui stratificazione creava, secondo Warburg, un pensiero che interconnetteva l’antico con il contemporaneo. Partendo da questo concetto fluido di memoria e di archivio, la 33a edizione del SI FEST fa entrare in dialogo progetti apparentemente diversificati, come per Bilderatlas Mnemosyne, per epoca e per stile, ma che confluisco tutti in un ritratto illuminante dell’esistenza umana, facendo luce, uniformemente, su tutte le sue gradazioni di profondità, dalla superficie meno nebulosa a quella più abissale e oscura, dalla questione sulla malattia mentale alle politiche americane sull’aborto, dai rapporti familiari alle dinamiche politiche delle potenze militari che inscenano guerriglie urbane in città artificialmente costruite per addestrarsi alla guerra vera e propria. In questa vastità di focus, in questo calderone di umanità, sembra assumere una particolare importanza la narrazione sulle fragilità mentali, su cui la fotografia, fin dalla nascita della psichiatria, ha sempre esercitato un rilevante interesse. In mostra infatti, le immagini dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico di San Servolo di Venezia che sottolineano l’importanza dell’immagine nel processo di istituzionalizzazione della malattia mentale, nel volerle dare un nome e contemporaneamente nel creare attorno ad essa delle contenzioni, dei confini, che legittimassero l’istituzione psichiatrica nella sua lotta. Nell’anno che rende omaggio al centenario della nascita di Franco Basaglia, questa specifica attenzione del Festival, probabilmente non capita a caso. Altro progetto a riguardo, esposto a Savignano, l’emozionante lavoro di Roland Schneider, Zwischenzeit, un racconto diaristico dell’autore che, entrato in un ospedale psichiatrico in Svizzera nel 1987, come paziente, dopo un esaurimento nervoso, racconta la sua permanenza nella strutta attraverso la sua macchina fotografica. In questo caso le immagini da lui prodotte non sono semplice documentazione di un luogo e dei suoi abitanti, ma uno strumento di elaborazione della propria condizione mentale. Schneider utilizza, infatti, la fotografia come mezzo per raccontare la sua realtà, il suo stato interiore, come veicolo per rendere visibile il suo malessere. La 33a edizione del SI FEST è un arcipelago di immagini, riunite insieme da un linguaggio la cui duttilità e flessibilità permette di esplorare un numero infinito di prospettive sull’esistenza umana, riuscendo, così, a trasmettere una complessità di sguardo che altrimenti sarebbe difficile da comprendere per chi ne è spettatore.
Crediti: Lindokuhle Sobewka, I carry Her photo with Me. Thokoza, Johannesburg, South Africa © Lindokuhle Sobewka; Richard Billingham, Untitled from the series Ray's a Laugh, 1994-1995 © Richard Billingham; Silvia Camporesi, studio per Ofelia fiori2; Stacy Kranitz, series The Year After A Denied Abortion
Festivaletteratura 28° edizione di Sabrina Efionayi*
Tra cento dubbi una cosa sola mi è sempre stata chiara: il festival si racconta attraverso i lettori e le lettrici. La prima volta che ho avuto l’opportunità di far parte della famiglia del festival avevo sedici anni, presentavo il mio primo romanzo sotto un gazebo bianco in compagnia di uno scrittore pugliese. Ricordo che non guardavo mai il pubblico, tenevo sempre lo sguardo fisso in fondo alla sala, immaginando una lucciola volteggiare in aria pronta a rapire mia attenzione. Se avessi smesso di guardarla, si sarebbe spenta per sempre. Per l’adolescente timida che ero appariva insostenibile l’idea di tenere lo sguardo con chiunque per più di un minuto. Ero convinta che quella sensazione mi avrebbe soffocata. Oggi, a distanza di molti anni, con una consapevolezza quasi adulta, comprendo che ad aiutarmi a compiere i primi passi sono stati proprio quegli occhi, una guida non richiesta ma necessaria. I lettori e le lettrici sono il cuore pulsante del festival, le sedie sempre piene, le file agli eventi, la libreria a Piazza Sordello che non smette mai di incantare. In questi giorni una donna sotto il tendone di Piazza Alberti, giunta sul luogo con leggero ritardo, mi ha restituito quel sentimento di appartenenza che ho ricercato per tutto l’anno. In prima fila adocchia una sedia libera, le scarpe con i tacchetti alti, la borsa del festival che pendeva sul braccio mentre frettolosa si fa spazio tra il pubblico. Una volta preso posto, le gambe accavallate e gli occhi puntati su chi era di fronte a lei, tutta la fretta che aveva accompagnato il suo arrivo svanisce come zucchero filato sulla lingua di un bambino. L’ho vista nascondere un sorriso, poggiare il gomito sul ginocchio e il mento sulla mano adornata da piccoli anelli argentati. Ascoltava Daniele Russo, attore napoletano, interpretare poesie con voce e corpo. I poeti selvaggi di Roberto Bolaño. Le mani che battono forti, gli anelli che si scontrano, le sue dita affusolate, lei che non si lascia sfuggire nemmeno una parola di quel momento tanto desiderato. Eccolo: il pubblico del festival, che corre, poi si siede, poi commenta in un mormorio, ride e, infine, fa qualcosa di spettacolare: crea una rete, crea una comunità, restituendo valore alla scrittura e al lavoro di chi ha fatto sì che un momento simile potesse esistere. Mi sono sempre interrogata su come fosse possibile che l’intera città parlasse di letteratura, su come le vetrine - non solo quelle delle librerie – esponessero libri, locandine, supporto al festival, grandi autori. Le insegne blu della città che ti indicano una direzione piuttosto che un’altra – in sottofondo, se ascoltate bene, potete quasi sentire Blondie con One way or another. Le piazze più belle e grandi della città, insieme alle chiese e ai musei, ospitano centinaia di eventi in pochi giorni. L’immensità di Piazza Castello, il piacere di esserne ospiti, di poter ascoltare le parole che si perdono nell’aria e arrivano alle orecchie di chi – sì, per una volta possiamo dirlo a gran voce e senza alcun dubbio – vuol davvero ascoltare. Il sentimento è vivo, non oscilla nell’incertezza, sai di essere arrivata a Mantova. E io ho atteso il mio arrivo a Mantova come un amante nel cuore della notte, tra le ombre, senza farmi troppo vedere, accompagnata dal dolce mormorare dei passanti e con il cuore in tempesta. L’ho accennato poco ad amici e parenti, qualche commento sui social network per i lettori, scrittori e amici che avrei potuto incontrare. La paura che qualcosa di così bello si sarebbe potuto infrangere perché desiderato a voce troppo alta, ha fatto sì che lo trasformassi in un segreto. Gli ultimi giorni prima della partenza, celando tutta l’emozione di cui ero dotata, ho quasi finto che non stesse per accadere. Quelle volte, invece, in cui ne parlavo con chi di festival letterari ne sa ben poco, lo sforzo nel voler far comprendere quanta emozione possa celarsi dietro Mantova è incommensurabile. Come lo spieghi, a chi va in ferie a settembre, a chi ha prenotato un’ultima vacanza prima di ritornare nella monotonia dell’autunno, che il tuo luogo del cuore è immerso tra libri, autrici e autori, tra i ragazzi e le ragazze che indossano maglie blu e mangiano tortelli di zucca a cena? Che certo, niente può essere paragonabile ai granelli di sabbia tra le dita dei piedi e la pelle che sa di sale, ma prima che la vita torni ad essere in salita, poter nascondere il naso in un libro a Mantova è un privilegio che non posso sottovalutare. Nella sera del penultimo giorno di festival, al Museo Diocesano, ho abbracciato dopo due anni Alice, cariche di commozione. Lei, che mi ha accompagnato tra le strade mantovane nove anni prima, era ancora lì, con il suo taglio di capelli corto fino alle orecchie e il sorriso armonioso da giovane donna. Intorno a noi creavano una cornice perfetta i ragazzi dalle maglie blu, commossi e sfiniti dall’intensità dell’incontro che si era appena tenuto – il pubblico entusiasta, loro bravi e sicuri del percorso che avevano fatto durante tutto l’anno, io felice, semplicemente felice, di aver avuto l’occasione di discutere insieme a loro. Vorrei condividere il calore dell’abbraccio di Alice in queste righe, trovare le parole giuste per descrivere i sapori e gli odori di questa città, l’importanza e la stima che mi ha restituito, l’amore quasi materno con cui queste piazze mi hanno vista crescere come scrittrice. Se immaginiamo l’importanza che le reti ferroviarie hanno avuto nell’unione di uno stato, possiamo comprendere come tutti i protagonisti del Festivaletteratura hanno fatto sì che ci fosse una metà, un’unione, un punto di partenza e d’arrivo. È un treno che passa una sola volta all’anno: vale la pena non perderlo.
*Alla fine di ogni edizione, Festivaletteratura di Mantova chiede a uno degli autori che hanno partecipato un racconto dedicato all’edizione appena conclusa. Quest’anno ha chiesto di farlo a Sabrina Efionayi. La 29°edizione di Festivaletteratura si terrà dal 3 al 7 settembre 2025.
Crediti: ©Festivaletteratura
Il telos nascosto del postmoderno, di Loredana Parmesani*
Ciò che mi sorprende nei disegni di Fausto Rossi, acquerellati e realizzati su carta incollata su tavola, è il fatto che delle truppe schierate in parata si muovono in uno spazio, che lui chiama “immaginario”, ma che in realtà è lo spazio concreto della tela, della superficie propria della pittura. Questo spazio immaginario è giocato invece sullo spazio tangibile del supporto su cui, disegnando e acquerellando, proietta le immagini di plotoni e truppe militari. Si tratta di una proiezione il cui punto di partenza va dalla mente e dall’occhio dell’artista verso una prospettiva capovolta, esattamente opposta a quella utilizzata da Paolo Uccello per le sue battaglie. Entrambi però hanno come finalità la trasformazione della teorica prospettiva in disinteressata pura visibilità. Se una guerra vera si gioca su una terra e i soldati mirano ad occupare o difendere una città, un territorio, uno stato, i militi pittorici, minuziosamente disegnati e colorati di Fausto Rossi, sono invece impegnati in una composizione che diventa parata, una parata pittorica. Non solo i colori delle divise dei soldati e delle loro bandiere si trasformano nei colori di una tavolozza che ha in sé lo “spirito del mondo” delle loro patrie, ma anche divengono strumenti che, scappando fuori dalla pittura analitica e dal “medium è il messaggio” designano lo spazio proprio della pittura: la tela, il supporto che diviene un campo di battaglia ordinato e colorato. Se i militi mutano lo spirito del mondo in colori, in macchie colorate che ricordano le note musicali, il supporto rappresenta la terra madre, lo statuto su cui si gioca la battaglia. La tela e i colori sembrano trasformare l’arte della guerra del generale Von Clausewitz in arte della pittura e la geopolitica in superficie dipinta. Non solo Fausto Rossi ha studiato filosofia, e le sue opere lo dicono apertamente, non solo le composizioni-parata rimandano al pittore demiurgo che crea l’ordine della tela, ma anche al filosofo che vuole vedere la società, il mercato, da lontano, in modo disinteressato ma al tempo stesso imbevuto dei tanti Zeitgeist che indicano le tendenze culturali dominanti in determinate epoche e in diversi stati. Se Hegel, guardando Napoleone, vedeva lo spirito del mondo scendere da cavallo, Fausto Rossi dispiega questo spirito del mondo sulla tela, dove i soldatini a loro volta diventano un emotivo colore. L’artista non solo trasforma la geopolitica in geo arte, ma anche in geo filosofia. Faccio notare che sia la scrittura sia la pittura si svolgono per lo più su regolari piani recintati da perimetri delimitati, esattamente come i confini di uno stato o di un territorio.
*Estratto dal testo critico nel catalogo della mostra Fausto Rossi. La conquista della tela in corso fino al 11 ottobre 2024 alla Galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura di Milano.
Crediti: Fausto Rossi, Battaglia 7, 2019, cm 13x18, Penna e Acquerello su carta; Fausto Rossi, Battaglia 14, 2020, cm 36x52, Penna e Acquerello su carta; Fausto Rossi, Battaglia 16, 2020, cm 36x52, Penna e Acquerello su carta; Fausto Rossi, Battaglia 22, 2021, cm 24x32, Penna e Acquerello su carta VIDEO
Il ritrattista della regina
Nata da studi approfonditi sulla collezione e sulle opere del pittore Cesare Tallone (1853 – 1919) che conserva, la mostra Donna, Musa, Artista. Ritratti di Cesare Tallone tra Otto e Novecento, a cura di Raffaele Campion, Silvia Capponi, Elena Lissoni e Barbara Maria Savy, racconta l'evoluzione del ruolo sociale delle donne, attivando una riflessione sulla loro rappresentazione e autorappresentazione nella società italiana tra fine Ottocento e inizio Novecento. Un’esposizione unica che, tra dipinti di genere, ritratti e fotografie, nelle sale di Villa Bassi Rathgeb ad Abano Terme (PD) fino al 12 gennaio 2025, restituisce immagini emblematiche di una società in trasformazione, ma anche la storia di un artista di grande successo, Direttore all'Accademia Carrara di Bergamo e professore di pittura a quella di Brera, ritrattista della Regina Margherita e fondatore di una delle prime scuole di pittura femminili. In questo video una delle opere più affascinanti della mostra.
Crediti: Donna, Musa, Artista. Ritratti di Cesare Tallone tra Otto e Novecento, Installation view at Museo Villa Bassi Rathgeb Ph. Simone Falso Cosa diventa l'amore
CollettivO CineticO, Anagoor, Sergi Casero Nieto, Vashish Soobah, Elena Rivoltini, OHT, Davide Savorani, Marco d'Agostin, Giulia Crispiani, Mali Weil, Giulia Damiani: si conclude con loro, protagonisti della rassegna EVOLVING LOVE, la programmazione dell'estate 2024 di Centrale Fies. Dal 19 al 21 settembre 2024 tutte queste realtà della scena performativa contemporanea italiana, che hanno con il Centro un rapporto di cura, scambio e percorso comune, racconteranno attraverso il loro lavoro un amore in perenne evoluzione. Fino al 21 settembre è anche possibile visitare ancora Material Self, la mostra curata da Simone Frangi e Barbara Boninsegna con lavori di Caroline Achaintre, Chiara Bersani, Benni Bosetto, Rehema Chachage, Julien Creuzet, Sonia Kacem, Sandra Mujinga, che pone interrogativi sull'idea di material self con cui Stacy Alaimo teorizza l'azione e il significato delle "forze materiali" e la loro interfaccia con i corpi umani.
Crediti immagine: Corinne Mazzoli, The Gossips’ Chronicles, 2024 / Images by Emanuele Kabu / courtesy Careof and Corinne Mazzoli EXTRA
Liguria e Arte Povera
Che tra Arte Povera e Liguria, ci sia una connessione speciale lo si capisce già dal fatto che il suo ideatore Germano Celant, è nato lì. Il progetto interdisciplinare OTP – Orizzonte Terzo Paradiso a cura di Ilaria Bernardi, racconta questa connessione non solo guardando ma anche traguardando i confini del seminale movimento artistico degli anni Sessanta, e lo fa, dopo un public program di avvicinamento, con tre mostre: Alighiero Boetti: In situ, Arte povera: La storia 1967-1971 e Oltre l’Arte povera: Stefano Arienti, Marinella Senatore, Vedovamazzei, che dal 17 settembre al 31 dicembre 2024 abiteranno diverse sedi tra Vernazza e Corniglia nell'incantevole cornice delle Cinque Terre, prediligendo location non convenzionali e interventi site-specific realizzati da artisti contemporanei di generazioni successive. ALIGHIERO BOETTI. IN SITU al Convento di San Francesco a Vernazza riflette sul legame tra l’artista e questo territorio, dove dal 1965 agli anni Ottanta Boetti ha avuto una casa di villeggiatura; nel Castello Doria di Vernazza, ARTE POVERA: LA STORIA 1967-1971 vuole essere uno strumento didattico per comprendere il movimento, le sue premesse, le sue poetiche e sviluppi; OLTRE L’ARTE POVERA: Stefano Arienti, Marinella Senatore, Vedovamazzei, mostra diffusa tra Vernazza e Corniglia, rintraccia l’eredità del movimento nella produzione di artisti che riconoscono in Boetti e Pistoletto i propri maestri.
Racconti onirici dell'epoca digitale
Mitologico, metafisico, surreale, esistenziale, dal 17 settembre al 20 ottobre 2024, per la sua ottava mostra personale alla Prometeo Gallery Ida Pisani di Milano, l'artista russo Vladimir Kartashov presenta Spellbound, a cura di Domenico de Chirico, una mostra che indaga la complessa condizione esistenziale dell'uomo moderno alla luce del repentino sviluppo dell'era digitale. Grazie a opere dallo stile complesso, che raccontano un immaginario fortemente poetico e una vivida sensibilità, Kartashov approfondisce temi universali come la vita, la morte, il tempo, la spiritualità, esplorando la sfera emotiva umana e la dimensione inaccessibile della psiche. Una mostra di pittura reale e fantastica che suscita riflessione e meraviglia. Da non perdere!
Crediti: Vladimir Kartashov, UNILOVEBANK, 2024. Courtesy Tg residency L'espressionismo italiano in mostra
Curata da Arianna Angelelli, Daniele Fenaroli e Daniela Vasta, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con la Collezione Giuseppe Iannaccone di Milano e organizzata da Zètema Progetto Cultura, l'esposizione L'estetica della deformazione. Protagonisti dell'espressionismo italiano presenta fino al 2 febbraio 2025 alla Galleria d'Arte Moderna di Roma una delle stagioni più originali della cultura artistica italiana della prima metà del XX secolo. Grazie al dialogo fra la collezione della Galleria, opere provenienti da altre istituzioni capitoline e quelle, mai esposte nella Capitale, della prestigiosa Collezione milanese, sarà possibile ripercorrere la variegata realtà dell'espressionismo italiano, con particolare riferimento ai contesti delle città di Roma, Milano e Torino. Tra gli artisti in mostra Afro, Renato Birolli, Bruno Cassinari, Filippo De Pisis, Renato Guttuso, Carlo Levi, Mario Mafai, Giacomo Manzù, Marino Mazzacurati, Ennio Morlotti, Fausto Pirandello, Antonietta Raphaël, Aligi Sassu, Scipione, Emilio Vedova e molti altri. Da non perdere.
Crediti: Emilio Vedova. Il caffeuccio veneziano, 1942. Olio su tela, 43,2x55 cm. Photo: Studio Vandrasch. Courtesy Collezione Giuseppe Iannaccone; Italo Valenti. Giovani greci,1939. Olio su tela, cm 40x50. Photo: Studio Vandrasch. Courtesy Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano; Mario Mafai. Le case del Foro Traiano, 1930. Olio su tavola, cm 40x50. Roma, Galleria d'Arte Moderna; Aldo Salvadori. Natura morta, 1934. Olio su tela, cm 44x59. Roma, Galleria d'Arte Moderna Sei un giornalista, un critico, un curatore? Vuoi contribuire con un tuo scritto a una delle prossime edizioni di TELESCOPE? Scrivici su telescope@larafacco.com
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