EDITORIALE

 

Grandi quadrati neri composti da 173 fili, uno per ogni anno – dal 1563 al 1736 – in cui è rimasto in vigore in Scozia il Witchcraft Act, la legge sulla stregoneria: il nero è stato scelto come simbolo di quel periodo buio, accostato al grigio per ricordare le ceneri di chi è stato arso sul rogo, e il rosso e il rosa a simboleggiare i nastri con cui venivano legati i documenti giudiziari. Sono le informazioni che accompagnano la registrazione del tartan Witches of Scotland, nel registro ufficiale dei tartan scozzesi: lo Scottish Register of Tartans Act. Come si legge nel registro, “un tartan è un disegno realizzabile tramite tessitura, costituito da due o più strisce di colori alternati che si incrociano verticalmente e orizzontalmente, formando un motivo a scacchi ripetuto”. Ce ne sono di ogni tipo in questo archivio straordinario, da quelli creati per squadre sportive, famiglie o singole persone, a quelli nati per celebrare il rapporto tra la Scozia e la Sicilia (!!!), i colori della bandiera LGBTQ+ o un’associazione. Nulla di strano, dunque, che a febbraio 2025 ne sia stato registrato uno per ricordare le oltre 2.500 persone – soprattutto donne – uccise perché considerate streghe. Ideato dalle attiviste Claire Mitchell e Zoe Venditozzi in collaborazione con la designer e tessitrice Clare Campbell, questo tartan realizzato con tre fili, rappresenta i tre obiettivi della campagna Witches of Scotland: la concessione della grazia, le scuse ufficiali e la creazione di un memoriale. Anche se nel 2022 la Prima Ministra scozzese Nicola Sturgeon ha presentato scuse formali alle oltre 4.000 persone che vennero accusate di stregoneria, mancano ancora una grazia e un memoriale nazionale. A differenza di quelli legati ai clan, questo tartan può essere indossato da chiunque, trasformando kilt e sciarpe in quello che le sue ideatrici definiscono un "memoriale vivente".

 

In questa trecentoventicinquesima edizione di TELESCOPE, la nostra newsletter settimanale dedicata alle istituzioni e ai progetti culturali di cui siamo portavoce, tra i RACCONTI trovate un estratto dal testo di Walter Guadagnini per la mostra di Dorothea Lange al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona prodotta da CAMERA Torino; la prima parte del testo critico del curatore Giovanni Giacomo Paolin sulla mostra Wakes di Barbara De Vivi alla Galleria Poggiali di Milano; e un estratto dal saggio del curatore Mauro Zanchi nel catalogo della mostra Nino Migliori. La dialettica del reale in corso al Centro Saint-Bénin di Aosta.

Tra i VIDEO presentiamo un reel per la XII edizione del Siena Awards Photo Festival e uno sulla mostra Andrea Previtali discepolo di Giovanni Bellini al Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD).

Gli EXTRA comprendono l’esposizione Sneaker Revolution alla Fondazione Museo del Tessuto di Prato; Vocale con Accento, la mostra che la FondazioneMARCONI e la galleria GióMARCONI di Milano dedicano alle ceramiche di Gianni Colombo; e Pali e frasche, un omaggio al mondo naturale di Andrea Branzi alla Galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura di Milano.

 

Buona lettura!

Lo staff di Lara Facco P&C

#TeamLara

 

Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com

 

TELESCOPE. Racconti da lontano

Ideato e diretto da Lara Facco

Editoriale e testi a cura di Annalisa Inzana

Ricerca ed editing: Stefania Arcari, Camilla Capponi, Marianita Santarossa, Ludovica Solari, Denise Solenghi, Giovanna Tissi, Margherita Villani, con la collaborazione di Francesca Ogliari e Angelo Altamura, Maria Chiara Basciano, Ilaria Bedogni, Rachele Caretta, Arianna Cargnel, Rossella De Toma, Giulia Maggi, Lucio Serena, Mariavittoria Stevan, Ilaria Toccaceli

 

domenica 1 novembre 2026


RACCONTI

 

 

Dorothea Lange. Sulle strade, di Walter Guadagnini*

 

Where is Tranquillity, California? I due album rappresentano una sorta di summa del lavoro di Lange in questo periodo sul tema delle migrazioni: contengono in tutto 98 fotografie, spesso poste isolate sulla pagina, a volte accoppiate, più di rado in composizioni di tre; le fotografie sono sempre accompagnate da una didascalia scritta a mano che indica il luogo dove sono state scattate, quasi sempre la data dello scatto e talvolta i commenti, virgolettati, dei protagonisti dello scatto. Nel primo album i luoghi sono diversi, risultato di un viaggio prolungatosi nel tempo, circa tre mesi, lungo l’intera dorsale della California, mentre il secondo è concentrato in un’area più vicina al confine di Fort Yuma, che attraversa il fiume Colorado sulla statale 80, principale punto di ingresso dei migranti in California. Tra i soggetti più frequenti nel primo album ci sono senza dubbio le abitazioni dei migranti: si tratta di una sequenza impressionante di rifugi costruiti coi materiali più poveri (i più ricchi sono il legno e i materiali di recupero, soprattutto latta, dalle discariche, i più miseri semplici teli uniti tra di loro a formare delle sorte di capanne), costruiti ai limiti della strada, spesso posti a fianco delle altrettanto modeste automobili che trasportano tutti i beni in possesso di queste famiglie. L’automobile diventa la protagonista principale del secondo album, in un tragico e paradossale rovesciamento della mistica del viaggio che innerva in chiave positiva la cultura americana prima e dopo questo momento storico. Dal mito ottocentesco della frontiera a quello della controcultura beat e hippy degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, il viaggio, lo spostamento ha sempre avuto nella cultura statunitense un valore positivo, di conquista, del territorio nel primo caso, della libertà nel secondo, assumendo in entrambi un significato identitario. In questa condizione, invece, il viaggio è un vero e proprio esodo (An American Exodus sarà precisamente il titolo del volume realizzato da Lange e Taylor nel 1939 a partire da questa esperienza), una traversata imposta dalle circostanze avverse del destino e della natura, con mezzi di fortuna, verso e attraverso una terra non solo inospitale ma anche provvisoria: una migrazione che non presuppone riscatto ma solo sofferenza.

 

 

*Estratto dal saggio nel catalogo che accompagna la mostra Dorothea Lange a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, prodotta da CAMERA Torino, ancora visitabile per la giornata di oggi domenica 1° novembre 2026 negli spazi del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona.

 

Crediti: Installation view, Dorothea Lange, 2026. Ph. Michele Bellantuono


 

 

 

Superfici sensibili, di Giovanni Giacomo Paolin*

 

Guardando alla ricerca di Barbara De Vivi, si può capire come le parole siano sempre scelte con attenzione: a volte in stretta relazione con l’immagine, a volte studiate secondo i loro diversi significati. Spesso i titoli dei suoi lavori si ripetono, accompagnati da numeri che scandiscono serie di gesti pittorici e di movimenti. Wakes, il titolo della mostra di Galleria Poggiali, contiene un grado di ambiguità che risuona negli ultimi anni di pratica dell’artista. Nell’accezione di verbo intransitivo, questa parola indica la mancanza o l’interruzione del sonno (risveglio); in forma transitiva, può invece indicare l’azione di vegliare su qualcuno o di prendere consapevolezza di un evento significativo. Nella sua accezione di nome, invece, indica una celebrazione o una commemorazione, solitamente legata a un rito funebre (veglia). Il suo secondo significato come sostantivo è invece il più lontano da qualsiasi traduzione italiana e forse quello più poetico: la traccia lasciata in un fluido da un corpo in movimento, come, per esempio, un’imbarcazione che naviga nel mare. Tutte le diverse sfumature di questo termine indicano una dimensione temporale consecutiva a un determinato accadimento. I risvegli all’interruzione del sonno, le veglie alla scomparsa di qualcuno, le onde al passaggio di una chiglia. Lo stesso titolo al singolare è utilizzato da Barbara De Vivi per le tre opere esposte nella prima sala: Wake 1 (2026), Wake 2 (2026), Wake 3 (2026). Entrando in mostra, ci si ritrova in una narrazione in pieno svolgimento. Le grandi carte accolgono, ma creano una distanza. Mostrano momenti in cui un corpo ha lasciato e impresso delle superfici sensibili. Nonostante i loro colori freddi, non è chiaro se queste tracce mantengano ancora il calore del corpo che le ha generate. Sono lenzuola usate, stropicciate, animate da pieghe create da movimenti che hanno addirittura spinto via i cuscini. A questo punto, risulta anche difficile stabilirne l’orientamento. I loro bordi escono dall’inquadratura e scivolano oltre il visibile senza una direzione precisa. Sembrano poi avere la possibilità di espandersi: le pieghe che le compongono aumentano la loro estensione all’infinito. Le increspature di Wakes diventano un paesaggio acquatico nudo che tende a solidificarsi. Lo sguardo può perdersi nella loro fluidità fino a individuare una solidità minerale, riconoscendo una risposta psicologica insita nel materiale.

 

 

*Estratto dal testo critico scritto per la mostra Wakes di Barbara De Vivi in corso alla Galleria Poggiali di Milano fino al 19 dicembre 2026.

 

 

Crediti: Barbara de Vivi, Wakes, Installation view at Galleria Poggiali, Milano, 2026. Ph. Michele Sereni


 

 

 

L’indagine visuale di Nino Migliori nell’Italia degli anni Cinquanta, di Mauro Zanchi*
 

Frammenti dell’ordinario – Nel vivo di un’Italia in bilico tra le macerie materiali del conflitto e i primi timidi segnali di una ricostruzione sociale ed economica, Nino Migliori mette in atto una complessa tassonomia visiva, che supera le secche del neorealismo più didascalico per approdare a una fenomenologia della quotidianità. Le sue immagini di questo periodo sono dispositivi in cui la composizione geometrica, l’uso strutturale della luce e la profonda empatia con il soggetto umano cooperano alla formulazione di vari racconti del quotidiano. Si tratta di un pensiero radicato nella cultura popolare, spontaneo e lineare, che lascia trasparire una consonanza con la natura stessa del linguaggio fotografico. La città e i paesi vengono mappati e restituiti dall’obiettivo attraverso la genuinità delle relazioni interpersonali e la quotidianità del corpo sociale. I portici bolognesi, con la loro alternanza ritmica di luci e ombre, diventano quinte teatrali entro le quali si muovono figure colte in un’istantaneità sospesa, dove l’andamento geometrico delle strutture architettoniche amplifica la tensione emotiva dei gesti umani. Nel contesto, l’indagine si focalizza sui segni della presenza umana, sulla grana materica dei muri cittadini, accostabili alle ricerche informali (opere off-camera, nello specifico Pirogrammi, Ossidazioni e Idrogrammi) che sperimentava negli stessi anni. Le pareti scrostate, le scritte a gesso, le incisioni e i manifesti strappati vengono analizzati come un diario collettivo. Per i giovani e per le classi popolari, prive di altri mezzi espressivi e spazi di visibilità, il muro era il supporto per comunicare, registrare esperienze e lasciare una traccia della propria esistenza. Migliori documenta e legge questi segni cogliendone il mutamento storico, testimonianze personali e private negli anni Cinquanta, prevalentemente politiche e ideologiche, invece, nel ventennio successivo. Questo lavoro di catalogazione si interrompe agli inizi degli anni Ottanta, quando la scritta sul muro diviene una ricerca orientata al graffitismo. La strada è considerata da Migliori come il laboratorio dove osservare la nascita di una nuova socialità, un territorio di confine in cui le generazioni si incontrano, si scontrano e definiscono i contorni e le derive di una transizione culturale. Accanto a questa esplorazione della dimensione urbana del Centro-Nord, l’indagine si sposta anche verso il Meridione d’Italia, un viaggio che si traduce in una serie di straordinaria potenza lirica ed etnografica. Il paesaggio umano della Basilicata e della Calabria viene restituito al di fuori di ogni retorica esotica o pietistica. Nel Sud, Migliori scopre una temporalità differente, un ritmo dell’esistenza scandito da ritualità arcaiche e da una profonda, quasi sacrale, connessione con la materia, la terra e la luce intensa del Mediterraneo.

 

 

*Estratto dal saggio nel catalogo della mostra Nino Migliori. La dialettica del reale curata da Mauro Zanchi al Centro Saint-Bénin di Aosta fino al 7 marzo 2027.

 

Crediti: Installation view, Nino Migliori. La dialettica del reale, Centro Saint-Bénin (Aosta). Ph.Giorgio Prodoti


VIDEO

 

Fotografia e non solo

 

Fino al 29 novembre la XII edizione del Siena Awards Photo Festival trasforma la città toscana in uno dei principali centri dedicati alla fotografia contemporanea internazionale, accogliendo fotografi, storyteller, artisti, professionisti e coinvolgendo pubblico da tutto il mondo in un articolato programma di mostre ed eventi in alcuni dei luoghi più iconici e suggestivi della città. Accanto alle esposizioni dedicate ai tre concorsi fotografici del Festival – Siena International Photo Awards (SIPA), Creative Photo Awards e Drone Photo Awards – il programma presenta le mostre di Cinzia Canneri, James Nachtwey, Jasper Doest, Pierpaolo Mittica e Uğur Gallenkuş, oltre al progetto speciale Fractures – Between Two Silences a Sovicille. Il calendario è arricchito da incontri,, visite guidate, approfondimenti e proiezioni come quella di Annie Leibovitz: Life Through a Lens martedì 3 novembre al cinema Pendola. Scopri tutto il programma del Festival.

 

GUARDA

 

Crediti: Cinzia Canneri, The circle of life @SienaAwardsPhotoFestival2026


Il discepolo di Bellini

 

Fino al 7 febbraio 2027, il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD) ospita la mostra Andrea Previtali discepolo di Giovanni Bellini a cura di Raffaele Campion e Barbara Maria Savy. Un'esposizione che ripercorre il percorso dell'artista bergamasco dalla sua formazione veneziana nella bottega di Bellini, influenzata anche da pittori come Carpaccio, Giorgione e Dürer, fino al linguaggio maturo sviluppato al suo rientro a Bergamo nel confronto con Lorenzo Lotto. Il progetto promosso e prodotto dal Comune di Abano Terme – Museo Villa Bassi Rathgeb, in collaborazione con il Dipartimento dei Beni Culturali dell'Università degli Studi di Padova e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Padova, Treviso e Belluno, si inserisce in un ciclo espositivo avviato nel 2024, dedicato alla valorizzazione delle collezioni permanenti con progetti di ricerca e approfondimento. In mostra anche il ricongiungimento di una tavola in collezione con due sportelli di un trittico proveniente dalla Chiesa dell'Annunziata di Serina (BG), databile al 1515 c.a. Grazie alla collaborazione con la Diocesi bergamasca, i tre pannelli offrono al pubblico l'occasione unica di rileggere l'opera nella sua integrità.

 

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Crediti: Installation view, Andrea Previtali discepolo di Giovanni Bellini, Museo Villa Bassi Rathgeb. Ph. Simone Falso


EXTRA

 

Sneaker Revolution

 

Dalle piste di atletica ai parquet dell'NBA, dalle sottoculture urbane alle passerelle dell'alta moda, fino ai palazzi della politica e ai mercati finanziari globali: in poco più di un secolo la sneaker da scarpa tecnica sportiva, è diventata simbolo generazionale, un oggetto da collezione, un laboratorio di innovazione, un accessorio di moda e uno dei prodotti più influenti dell'immaginario contemporaneo. Dal 6 novembre Sneaker Revolution, la grande mostra organizzata da Fondazione Museo del Tessuto di Prato e Beside Arts & Publishing, per la prima volta in Italia affronta il fenomeno da una prospettiva storica, culturale, sociale e progettuale. Nata da un lavoro di ricerca che ha coinvolto studiosi, collezionisti, professionisti e realtà internazionali, Sneaker Revolution curata da Arianna Sarti del Museo del Tessuto con Francesca Biagioli fondatrice di Beside Arts & Publishing, dà vita a un racconto corale costruito attraverso modelli iconici di Asics, Converse, Diadora, Fila, Golden Goose, New Balance, Nike, Puma, Reebok, Vans e molti altri, provenienti dalle collezioni del Museo, da quella di Marco Colombo e da collezioni private. Significativi anche i modelli provenienti da archivi di brand come Adidas, Balenciaga, Gucci, Hogan/Tods, Lotto, Prada, Superga. Da non perdere!

Conferenza stampa 5 novembre 2026, ore 12.00

 

Crediti: Puma, Clyde Vaughn Bodē, 2007


Vocale con accento

 

Si intitola così la prima personale di Gianni Colombo interamente dedicata all'opera ceramica dell'artista, curata da Marco Scotini, presentata dal 6 novembre negli spazi della FondazioneMARCONI e GióMARCONI a Milano. La mostra presenta per la prima volta al pubblico oltre 20 opere realizzate in argilla – dalle terrecotte alle superfici ingobbiate e smaltate – un corpus quasi interamente inedito che risale alla prima parte dell'attività dell'artista, dal 1953 fino alla fondazione del Gruppo T. Sebbene le opere esposte costituiscano solo una parte della produzione di Colombo, l'esposizione rappresenta la prima ricognizione esaustiva di questa originaria e significativa stagione della sua ricerca. Esordio dirompente di tutta la sua produzione successiva, mai oggetto di un'adeguata attenzione critica, questa produzione si inserisce nel momento della massima esplosione della cultura ceramica italiana del dopoguerra, anni in cui l'argilla diventa una protagonista culturale rappresentando l'esplosione avanguardistica. La mostra è stata realizzata in collaborazione con l'Archivio Gianni Colombo e l'assistenza curatoriale di Alberto Navilli, ed è accompagnata da un catalogo pubblicato da Dario Cimorelli editore. Inaugurazione mercoledì 5 novembre 2026, ore 18.00 - 21.00.

 

Crediti: Gianni Colombo ritratto da Oliviero Toscani, fine anni Sessanta. Courtesy Archivio Gianni Colombo


Pali e frasche

 

Dal 5 novembre la galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura di Milano ospita la mostra Pali e frasche, un omaggio al mondo naturale di Andrea Branzi curato da Nina Bassoli. Nata da un'idea di Lorenza Branzi e Nicoletta Morozzi in collaborazione con la galleria per celebrare il ricordo del grande artista, l'esposizione approfondisce l'interesse di Branzi per la natura che ha attraversato la sua ricerca artistica, architettonica e teorica. Alberi, piante, materiali naturali e forme organiche entrano nel suo lavoro non come elementi decorativi, ma come presenze capaci di mettere in discussione il modo in cui abitiamo e interpretiamo lo spazio. Al centro della mostra le grafiche fine art dedicate ad Arboreti e Bamboo, realizzate nel 2026 e presentate per la prima volta in questa occasione: opere che traducono su carta la relazione tra dimensione naturale e progettuale attraverso la figura dell'albero, e l'impiego del bambù come materia e forma. Arricchiscono il percorso tre tele della serie Tokonoma, appese in orizzontale per la prima volta, così come Branzi le aveva concepite. Opere diverse per natura e linguaggio che contribuiscono a restituire la complessità della ricerca di Branzi, capace di muoversi tra oggetto, ambiente, materia e immagine senza stabilire confini rigidi tra le discipline.

 

Crediti: Andrea Branzi, Arboreti, 2020, stampa Giclée fine art su carta Hahnemühle, ed. di 20, 2026, cm 29,7 x 20. Ph.Alice Fiorilli


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